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Interessante articolo di Enrico Netti, che riprende uno studio di Busacca&Associati: in sintesi, secondo la ricerca gli operatori mobili virtuali per avere successo non devono limitarsi ad agire da reseller o da provider (ESP), ma devono puntare sui servizi a valore aggiunto.

Gli operatori che vogliono affrontare questo segmento dovranno affrontare alcuni punti fermi: la metà degli introiti (tra il 48 e il 55%) servirà per l’acquisto del traffico da un carrier a cui si somma, per il reseller, la fattura per i servizi in outsourcing che arriverà ad incidere fino ad un quarto dei costi totali mentre il “puro” che investe in queste piattaforme deve preventivare un 7% di ammortamenti. A questo si aggiungono i costi per il personale (7-14%) e il marketing (8-11 per cento).Alti costi che rendono difficile mantenere i conti in nero. La multinazionale inglese della distribuzione Tesco, ad esempio, in un mercato maturo come quello tedesco, ogni 10 euro di ricavi medi per utente al mese (arpu) perde 1,7 euro. Una situazione in parte compensata dagli introiti legati al maggior affollamento dei punti vendita, da un maggiore numero di adesioni ai programmi di fidelizzazione e da un traffico triplicato del negozio online.

In Italia, ad oggi la maggior parte degli accordi è tra operatiri reali e società che agiscono come ESP. Si differenzia Fastweb (MVNO puro sulla rete 3 nel 2008) e, probabilmente già nel primo semestre 2008, Poste.

Per Postemobile niente tariffe particolarmente convenienti, ma l’obiettivo di far decollare i pagamenti mobili permettendo ai clienti di pagare ad esempio i bollettini postali via cellulare. Un settore che nel prossimo biennio potrebbe crescere e che di certo non vedrà spettatori i gestori mobili reali: accordi in vista per Tim, Vodafone Wind e 3? E’ quasi scontato…