Intesa SanPaolo, privacy con il trucco

Ve la faccio breve: qualche giorno fa ho perso il mio bancomat Intesa SanPaolo (mia moglie dice che è il terzo o quarto da quando mi conosce!). Me ne sono accorto il 29 aprile, mentre cercavo di pagare e rovistando nel portafoglio non lo trovavo. Dalla mia app su iPad sono andato a controllare e gli ultimi addebiti risalivano al 22 aprile, una settimana prima, per acquisto di biglietti del treno (questo lo scoprirò dopo, perchè dall’app non indicava il POS al quale si riferivano gli importi).

Impossibile quindi ritrovare la carta, chiamo il numero verde per il blocco e scopro che il bancomat era già bloccato dal 22 aprile ore 19. Qualcuno deve averlo trovato e chiamato la centrale operativa. La prima bella notizia è che esistono ancora persone gentili che aiutano anonimi che seminano bancomat nelle stazioni ferroviarie, la prima brutta notizia è che la mia banca ha bloccato il mio bancomat alle ore 19 del 22 aprile e al 29 aprile non s’era ancora degnata di avvisarmi. Un misero SMS, una mail, un colpo di telefono, una notifica su app. Nulla. Bancomat bloccato, ma niente avviso.

Chiedo alla centrale operativa di emettere una nuova carta, ma mi dicono che loro bloccano non emettono. L’emissione va richiesta al servizio clienti della banca. Ri-apro l’app su iPad, dove c’è una voce “sblocca carta”. Clicco. Nulla, mi dice che la mia carta bancomat non è associata al mio contratto Internet Banking. A me sa tanto si supercazzola come se fosse antani (il conto è aperto da quasi 30 anni, il contratto bancomat è più che maggiorenne, l’Internet banking lo uso da un paio di lustri almeno), chiudo l’app e chiamo il servizio clienti al telefono. Tutti molto gentili mi dicono che in effetti è come se fosse antani tarapia tapioca, e quindi anche al telefono non possono richiedere un duplicato del bancomat ma devo andare fisicamente in filiale. La seconda brutta notizia: un cliente che da anni usa praticamente solo i canali on line deve andare fisicamente in filiale per il duplicato di un bancomat esistente (ma bloccato). On line che?

Io vado in filiale, ovvio. L’impiegata – gentile e preparata – mi fa accomodare e insieme impostiamo la richiesta di duplicato. Clicca e riclicca sul software Intesa SanPaolo per la gestione della pratica e al momento del “richiedi duplicato” esce un bellissimo pop-up che ricorda all’impiegata che, non avendo dato io i consensi commerciali ma solo quelli minimi per la gestione del servizio bancario (e infatti alla casellina “privacy” ho un quadratino rosso), è un’ottima occasione per ricordarmi gli enormi vantaggi che otterrei fornendo i consensi.

Declino… voglio dare il consenso al trattamento dei dati solo per la gestione del servizio. Non mi interessano offerte commerciali, proposte mirate, gestione dei dati a terzi etc etc etc. Clicca e riclicca sul software Intesa SanPaolo per la gestione della pratica e al momento del “richiedi duplicato” esce nuovamente il bellissimo pop-up in cui l’impiegata è sollecitata a chiedermi il consenso al trattamento commerciale. Con un po’ di imbarazzo, l’impiegata (che, ripeto, è stata molto gentile, empatica e tutto sommato mi è sembrata preparata) mi dice che probabilmente non posso avere il duplicato del bancomat se non fornisco il consenso al trattamento per fini commerciali.

Dico che mi pare strano, oltre che illegale.Chiama una collega e si mettono a cliccare e ricliccare sul software Intesa SanPaolo per la gestione della pratica. Ma nulla, pare che il famoso bellissimo pop-up in cui l’impiegata è sollecitata a chiedermi il consenso al trattamento commerciale stia diventando il loro peggiore incubo. Pare che non riescano a richiede il duplicato se non do il consenso almeno al trattamento dei miei dati per fini commerciali. Io insisto sulla stranezza della richiesta, perchè sarebbe illegale. Eppure il bellissimo pop-up sembra inflessibile, le due impiegate sicuro di quello che mi stanno dicendo. 

Non avendo tutto il pomeriggio di tempo per assistere alle prove, do l’ok al consenso al trattamento per fini commerciali (che procederò a revocare un istante dopo aver ricevuto il bancomat) e magicamente il software Intesa SanPaolo procede con la richiedta del duplicato del bancomat. Terza cattiva notizia: stando a quanto mi dicono gli impiegati della banca, il consenso al trattamento dei dati per fini commerciali va fornito obbligatoriamente.

Possibile? Le impiegate sono imbarazzate ma tutto sommato sicure: senza il consenso il software non procedeva, dato il consenso la pratica viene create e il duplicato richiesto. Io rimango allibito, perchè l’ “estorsione” del consenso è vietata dalla legge. Mi rimane un dubbio: davvero il software di Intesa San Paolo obbliga a dare il consenso contra legem? Digitale, innovazione, start-up e poi cadiamo sui basics?

Sarebbe interessante capire cosa ne pensano i maxi mega direttori dell’istituto bancario… al garante per la protezione dei dati glielo chiedo io, cosa ne pensa.

I talebani della bicicletta

Sempre più spesso mi imbatto sui vari social in discussioni legati alla mobilità. In particolare, discussioni legate al mondo della bicicletta.

Prima di raccontarvele, faccio una doverosa premessa: lavoro in una nota casa automobilista, ma mi occupo di servizi digitali su oggetti connessi, guida autonoma, car sharing e in genere tecnologie che permettono di gestire al meglio la mobilità legata al mondo dell’auto. In aggiunta, seguo a livello globale l’applicazione eco:Drive, il cui utilizzo alla guida permette di ridurre mediamente del 6% le emissioni di CO2 con punte del 16% per i più virtuosi.

Faccio una seconda premessa: a me piace guidare, e uso spesso l’auto. Se ha senso (da più punti di vista: di tempo, di comodità, di praticità, di tempo, di costo, eccetera) valuto volentieri mezzi alternativi. I miei bimbi vanno a scuola a piedi. Nel weekend si va spesso in bici. All’edicola vado facendo due passi. Insomma, auto sì ma con giudizio.

Torniamo al tema delle discussioni sulla bicicletta. Ultimamente va di moda il “via le auto dalle strade, andiamo tutti in bici”, con le sfumature più varie: togliamo i parcheggi, facciamo pagare 50 euro/ora i parcheggi, impediamo alle auto di circolare in ampie zone cittadine. Questa in estrema sintesi la filosofia che guida i talebani della bicicletta.

Il tipico talebano della bicicletta abita in centro e dintorni, zone da cui vorrebbe veder sparire qualsiasi mezzo per poter abitare in campagna, con prati fiorellini e alberelli… ma in pieno centro città, con tutte le comodità e i servizi tipici di un grande agglomerato urbano. Ovviamente non vuole far sparire le auto – anzi, spesso ne possiede una – l’importante è che quelle degli altri spariscano dalla vista e dal proprio cortile. Not in my backyard. Spostare le auto in parcheggi di intercambio va benissimo, perchè non sono sotto casa e chi se ne fotte del fatto che lo stesso problema che il talebano cerca di risolvere per casa sua diventerebbe il problema di qualcun altro meno ricco che abita in periferia. Tanto in periferia il naso è abituato alla puzza no, sono i signori del centro città che possono vivere solo respirando profumo di viola.

Alla domanda sul perchè non vada ad abitare in campagna dove non avrebbe problemi di parcheggio e l’inquinamento sarebbe minore, il talebano abbozza “devo poter abitare dove voglio” e simili. Quindi vorrebbe che la propria auto stia comodamente nel box auto o posto auto proprio, chi è pezzente da non poterselo permettere fuori dalle balle e chi abita fuori dal centro deve rimanere fuori, perchè è brutto e inquina. Dal centro, invece, si deve poter tranquillamente andare in auto verso l’esterno, perchè il problema non è l’auto in sé, ma l’auto vicino alla propria abitazione. Non è l’inquinamento, perchè se ci fossero parcheggiate auto elettriche non andrebbe bene comunque.

Il tipico talebano della bicicletta ha orari di lavoro flessibili: non deve timbrare un cartellino a una certa ora, dopo aver incastrato le scuole dei bimbi con la visita medica con la commissione dal commercialista con la spesa. Anzi, ti fa sentire un coglione perchè non ti sai organizzare, perchè “con una bici 4 posti alzandosi alle 5 ogni mattina e pedalando per 40 km al giorno sarebbe anche fattibile con qualche sacrificio”. Insomma, il talebano riuscirebbe a mollare i pupi alle 8.25 davanti a scuola ed essere alle 9 a 30 chilometri di distanza, fresco come una rosa per il primo appuntamento della giornata. E riuscirebbe ad essere a cena a casa alle 20.30, uscendo alle 20 dall’ufficio pronto per pedalare 15 Km al buio.

Il tipico talebano della bicicletta non ha troppi vincoli esterni. In genere ha abbastanza libertà nel vestirsi senza rispettare alcune convenzioni sociali tipiche del mondo lavorativo (che so, un abito anche a luglio); se poi piove, non ha grandi problemi perchè in effetti riesce a pedalare in giacca e cravatta per mezz’ora sotto la pioggia arrivando fresco e pulito all’appuntamento. Può pedalare con Oxford suola in cuoio per diversi chilometri senza batter ciglio. Non suda. Non teme le intemperie. Un supereroe. E tu che non ci riesci sei un cretino.

Il tipico talebano della bici concentra la sua vita in 5-10 km: non abita a 30 km dal lavoro, non ha genitori magari malati da andare a trovare a 50 km da casa in un posto non servito decentemente dai mezzi pubblici, non ha bimbi da portare a nuoto alle 16.45 a 10 km dalla scuola che finisce alle 16.25. Lui fa tutto in bici, anche i weekend al mare non si muove con mezzi a motore ma solo ed esclusivamente pedalando (questa ovviamente non è vera, perchè l’auto la usano eccome).

Il tipico talebano della bicicletta non è a favore della bici, ma è contro l’auto. Se le bici conquistassero più spazio non basterebbe, perchè è l’auto il problema. Quella degli altri, ovvio. Quella degli altri vicino al proprio loft in centro, ovvio. Insomma l’auto deve sparire perchè l’hanno deciso i talebani della bici. Non ci sono esigenze, motivazioni, approcci alla mobilità diversi da quello della bici. Non esiste che qualcuno possa aver piacere o necessità di viaggiare in auto. No.

Il tipico talebano della bici fa finta di ignorare la massa di denaro che il trasporto su gomma, i parcheggi a pagamento, le accise sui carburanti, l’indotto dell’industria portano nelle casse di Stato, Regioni, Comuni. Miliardi di euro con cui si ripianano buchi di bilancio, si offrono servizi, si mantengono le infrastrutture, si creano infrastrutture nuove. Far finta di ignorare la massa di soldi che il settore immette nel sistema e di cui beneficiano tutti è sport nazionale del talebano della bici.

Secondo questa filosofia, se di colpo dimezzassimo il numero di auto e quindi di introiti, non ci sarebbero problemi per nessuno: l’assunto è che il numero di auto dovrebbe rimanere lo stesso, ipertassato e senza nulla in cambio in termini di servizi. Oppure che basterebbe vendere gli spazi dei parcheggi trasformandoli in dehor per bilanciare, immaginate una strada piena di bellissimi dehor in periferia. “Ah no ma solo in centro!”… certo, quindi il tema non è l’auto che dà fastidio o inquina, il tema è non avere auto sotto casa propria perchè a nessuno piace il traffico.

Se invece facessimo comparire una tassa di possesso per la bici, un’assicurazione auto r.c. obbligatoria e una tassa di qualche migliaio di euro all’anno per ripianare il deficit comunale – che oggi viene ripianato dalle multe alle auto – e regionale – che oggi vede un bel contributo dal bollo – e statale – che oggi vede enormi ingressi dalle accise sui carburanti, dall’IVA sui mezzi e dalle tasse sui lavoratori dell’industria auto – allora non andrebbe più bene.

Il problema è che a me gli estremismi non sembrano la soluzione. Disegnare le città del futuro è un mestiere difficile, che richiede competenze e tempo. Non puoi da un giorno all’altro dire “togliamo i parcheggi” senza offrire valide soluzioni alternative, senza pianificarle, senza avere una visione. Non puoi partire dall’assunto che tutti abbiano le stesse capacità economiche (casa in centro con box privato). Non puoi partire dall’assunto che tutti possano o vogliano muoversi in bici. Non puoi partire dall’assunto che tutti possano gestire il tempo in maniera flessibile. Non è nemmeno corretto pensare che la scelta di uno – il talebano ciclista – sia giusta a priori e la scelta di milioni di altre persone – che oggi si muovono anche in auto – sia sbagliata.

La soluzione è un compromesso, almeno nel breve periodo: ad esempio si potrebbero togliere i parcheggi in superficie, garantendo gli spazi di oggi con parcheggi sotterranei. Si potrebbero obbligare i costruttori di nuovi edifici a offrire almeno un box e un parcheggio di superficie per appartamento, per legge. Si potrebbero garantire tempi di spostamento tra vari punti equivalenti tra i vari mezzi: se per andare da A a B in auto ci metto 30′ e per arrivarci con i mezzi ci metto 60′ (e magari dalle 8 alle 17, perchè dalle 20 in poi è il deserto), è evidente che deve essere garantita la possibilità di spostarsi in auto finché i tempi non diventano paragonabili. Finchè questo non succede, serve che ci sia spazio per tutti, senza estremismi e senza posizioni assurde e irragionevoli. O se proprio non si può fare a meno di fare proposte assurde e ragionevoli, almeno sinceriamoci che le faccia qualcuno che non ha l’auto, non abita in centro, ha un orario fisso al lavoro e una famiglia numerosa da gestire 🙂

 

UPDATE
Come previsto, specie su Facebook questo articolo ha scatenato una decina di taliban “che mi han dato schiaffoni” nella discussione (cito quasi testualmente). Direi che ha raggiunto l’obbiettivo! Qualsiasi persona mediamente intelligente ha capito che il post è volutamente provocatorio ed estremista dalla parte opposta rispetto alle correnti pro-bici, per stimolare una discussione che prenda in considerazione diversi punti di vista (sì, anche quello degli automobilisti “per preferenza” oltre che quelli “per necessità”). 

Populismo 2.0

In fondo, uno dei lati positivi dei social network è che le affermazioni populiste, quelle sparate che parlano alla pancia degli elettori e non alla testa, possono essere contrastate con altrettanta forza ed efficacia, usando lo stesso medium.

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Does Proactive Work