Taxi, Uber e’ una scusa

Sono un assiduo frequentatore di taxi in Europa e seguo sempre con curiosità le vicende legate al mondo della mobilità. Questa settimana mi è caduto l’occhio sulla pubblicità di Uber che annuncia il “ritorno” a Torino, dopo essere stata costretta alla ritirata alcuni mesi fa per le proteste dei tassisti sabaudi. 

Ieri, atterrando a Torino verso le 18, ho provato ad aprire l’app. Mi è andata male, nessuna auto disponibile. Mi sono allora messo in coda per il taxi “classico”.

Tralasciando la trasandatezza di molte auto (la mia posizione è chiara: se fai il taxista, l’auto non deve avere più di 3 anni e deve essere pulita oppure si abbassa la tariffa che puoi chiedere) e di molti autisti (uno in tuta e ciabattine nemmeno partisse per le vacanze estive), la prima cosa che mi è saltata all’occhio è che un buon 30% dei taxi ieri in coda alla richiesta di pagare con la carta di credito opponevano un sonoro NO, facendo segno di chiedere al taxi successivo. E’ illegale, ma non sanzionandoli continuano a farlo.

Ho atteso che arrivasse il mio turno (con 6 persone in coda sono riusciti a farmi aspettare una decina di minuti, tra autisti che non erano in auto nonostante fosse il loro turno e autisti che accettavano solo contanti) e sono salito. Dico all’autista di evitare la tangenziale, perché dall’aereo avevo notato traffico impazzito (effetto sciopero + Juventus-Inter). Panico. Il taxista non aveva un navigatore, né tantomeno uno smartphone attaccato al vetro per vedere il traffico in tempo reale. Ho aperto il mio smartphone, guidandolo svolta per svolta o quasi fino a destinazione. E risparmiando – secondo l’app del cellulare – circa 25 minuti di coda.

Durante il tragitto ho fatto due chiacchiere, chiedendo come mai non usasse nessuna app e cosa ne pensasse di Uber. Sulle app in generale, mi ha detto che a Torino “hanno tutti WeTaxi” ma che lui alla fine preferisce usare la radio della cooperativa (taxista di circa 40 anni, non 90). Per i non torinesi, sostanzialmente esiste un’unica cooperativa di taxi che opera in sostanziale monopolio avendo il 90-95% dei taxi su piazza, e per non lasciar entrare MyTaxi sul mercato hanno creato WeTaxi. MyTaxi ha presentato ricorso al TAR (e visti i casi precedenti di Roma e Milano, probabilmente vincerà) perchè la cooperativa pare non accetti tassisti che usano MyTaxi e WeTaxi, ovvero i tassisti che vogliono usare MyTaxi devono uscire dalla cooperativa. 

Poi siamo passati a discutere di Uber, che secondo il tassista “dà un servizio pessimo, gli autisti sono pericolosi e poi è una multinazionale che ci vuole sfruttare”. Insomma una posizione ideologica e non fattuale.

E la corsa di ieri sera è proprio il tipo di corsa che mi spinge a dire che l’entrata di MyTaxi, Uber e altre app dovrebbe essere obbligatoria su qualsiasi piazza. E’ evidente che lavorare in monopolio non incentiva i tassisti a servire i clienti come si dovrebbe. Ho già detto delle auto e della trasandatezza, ribadisco il grave problema della carta di credito, ma mancano anche i basic della professione: fai il taxista, dovresti attrezzarti con gli strumenti – come un navigatore con traffico in tempo reale – che ti permettano di offrire al cliente un servizio decente.

Il problema non è MyTaxi, o Uber, o chi per essi. Quelle sono scuse per rimanere in mondo chiuso, dove le licenze vengono vendute anche se non è legale, dove l’evasione fiscale è all’ordine del giorno perché il dio contante è ancora la normalità, dove le regole del mercato libero non esistono.

Il problema è un sistema monopolistico dove la mancanza di concorrenza non spinge il miglioramento del servizio. Se di fianco a questi taxi-sauri entrassero sul mercato nuovi tassisti – slegati dalle corporazioni attuali – che usano strumenti migliori e che grazie alla concorrenza siano incentivati a fare sempre meglio, allora forse avremmo fatto un passettino verso il futuro.

E invece io sono qui che stamattina scansiono le ricevute e riconcilio i pagamenti dei taxi italiani, e mi sento un po’ negli anni ’80.

Mail da Iliad? Finiscono nello spam

Parecchie segnalazioni di come il (nuovo) operatore mobile italiano Iliad abbia qualche problema da mettere a posto, perchè le mail finiscono nella cartella dello spam.

Dopo il tema degli IP francesi (la connessione dati Iliad “esce” da IP francesi per cui quando navigate vi riconoscono come utente francese… e eventualmente bloccano i servizi geo-locked) oggi è la volta delle e-mail che finiscono inevitabilmente nella casella della posta indesiderata.

Un errore banale ma rilevante: Iliad invia mail con IP 83.158.4.26. Analizzando questo IP, si può notare come

Query: 26.4.158.83.in-addr.arpa. – Query type: Any record

Answer:
26.4.158.83.in-addr.arpa. 86400 PTR smtp1.iliad.it

x risoluzione di smtp1.iliad.it. 86400 A 83.158.4.26

ovvero Iliad non ha configurato record MX e A nel reverse dell’IP (ma solo A nel reverse domain). Per la maggior parte dei server di posta che ricevono mail, la mancanza del record MX viene letta come impossibilità a ricevere risposta, e dunque fa scattare il filtro antispam.

Addio Punto, addio Fiat

Addio, Punto. La macchina che nel 1997 ha stoppato l’egemonia della Golf (per 14 anni  di fila macchina più venduta in Europa, fino appunto all’arrivo della Punto). Nove milioni di esemplari. L’ultima vera auto Fiat per la famiglia. Ricordo ancora la presentazione in piazza Vittorio con delle (per l’epoca) avvenieristiche proiezioni laser verdi. 

Venerdì a Balocco Marchionne sancirà la fine lenta e ingloriosa del marchio Fiat (rimarranno solo 500 e Panda e poco altro) e ucciderà le velleità globali annunciando l’uscita stavolta definitiva da Stati Uniti e Cina.

 In tutto questo, lo stop alla produzione della Punto e la mancanza di un modello successore è la (drammatica) espressione della fine di un’epoca. La Punto è morta, viva la Punto.

Does Proactive Work