Airbus, sedili-sgabello per le low cost

aircraft_seatingViaggeremo in piedi sugli aerei, tipo autobus” è la classica leggenda metropolitana che nei mesi scorsi ha trovato spazio anche sui giornali italiani. Disegni di passeggeri in piedi per i viaggi brevi, reazioni furiose dei (potenziali) clienti, accuse alle compagnie.

Sebbene la notizia che le compagnie low-cost toglieranno i sedili per farci viaggiare in piedi sia una bufala (non lo possono fare per motivi di sicurezza, ad esempio), non è una bufala che le compagnie aeree stiano studiando nuovi sedili per i viaggi brevi e aeromobili allestiti per le compagnie low cost.

Il nuovo sedile (nella foto la domanda di brevetto Airbus) è composto da più parti mobili, con il passeggero ‘appoggiato’ al sedile piuttosto che avvolto nel sedile come accade oggi. Lo schienale è retrattile, la seggiola ha un meccanismo di rientro verticale, i braccioli sono mobili. Viaggeremo low cost, ma scomodi?

Agid, una laurea non fa primavera. O si’?

Alessandra Poggiani ha una laurea? E se ce l’ha, è valida per il titolo di direttrice della neonata Agenzia DigitaleIlFatto cerca di spegnere le fiamme usando un contagocce, e non ci riesce.

In sintesi: per fare il dirigente pubblico serve un titolo riconosciuto dallo Stato Italiano. Non basta dire ‘Io sono bravo’ o avere un CV lungo tre pagine, no. Serve rispettare requisiti che, nella testa dell’estensore delle norme, garantiscano che la persona sia davvero valida. Possiamo discutere mesi o anni se la laurea dimostri le capacità di una persona, se il pezzo di carta serva o meno, se i dirigenti (laureati) della Pubblica Amministrazione siano bravi nel loro mestiere.

Quello su cu non possiamo discutere, però, è l’esistenza di una norma. E’ lì, esiste, è chiara. E va rispettata. Per cui la polemica è inutile e ogni parola è sprecata. Così come è abbastanza assurdo collegare la vicenda di Alberto Poggiani – finito in carcere all’epoca di Mani Pulite – come se le eventuali colpe dei genitori ricadessero sui figli.

Alessandra Poggiani deve avere una laurea italiana o una laurea estera riconosciuta dallo Stato Italiano. Non valgono lauree brevi, corsi estivi, ore straordinarie al CEPU.
Nel CV pubblico, si parla diBSc Honours Communications and Cultural Studies, che ad occhio è un diploma post-superiori o al limite una cosiddetta laurea breve.
“Conseguito a Londra (UK)” non vuol dire nulla, perchè un titolo si consegue presso una scuola, non presso una città.
Che sia un “Diploma di Laurea equivalente Scienze della Informazione o Comunicazione vecchio ordinamento” è facile da dimostrare: i titoli esteri necessitano di passaggi burocratici per essere riconosciuti (per altro Communication&Cultural non c’entra nulla con Scienze dell’Informazione, ovevro la classica laurea in Informatica).

Se queste carte esistono, Alessandra Poggiani le metta sul tavolo. E potrà salire in cattedra.

Se non esistono, il direttore di AGID deve essere scelto tra persone che hanno i titoli richiesti. Anche nel digitale, iniziamo dai basics: rispettiamo le norme senza fare i furbetti all’italiana…

 

La rivoluzione editoriale

Se il secolo scorso è stato il secolo della rivoluzione industriale, il secolo presente, tra le altre mille rivoluzioni, sarà probabilmente il secolo della rivoluzione editoriale.

I giornali e l’intero mondo dei media sono in crisi, faticano a scrollarsi di dosso le vecchie logiche di business e a trovare un nuovo modello economico che sia sostenibile.

journalismNon è un caso se la vecchia carta stampata se la passa male (e senza milioni di euro in contributi pubblici se la passerebbe ancora peggio) e se la nuova editoria digitale fatica a trovare i propri spazi di sopravvivenza per essere profittevole: restando in Italia, qualcuno ricorda un caso editoriale di successo?

«Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie.

Pur non essendo completamente d’accordo con  la teoria di Lanier (ad esempio perché per fare un giornale on line servono meno giornalisti ma si aggiungono esperti software, analisti, tecnici digitali, etc per cui più che meno persone si tratta di diverse competenze necessarie), quello che dice è vero: se una volta vendere un giornale era semplice e sembrava naturale pagare (molto) i giornalisti, adesso che le notizie ci circondano gratuitamente remunerare qualcuno per produrle sembra meno ovvio.

Il tema è complesso, ma la mia previsione e speranza per il futuro del giornalismo risiede nella differenziazione: un software oggi può assemblare le ‘brevi’ da mettere di spalla, perché il valore aggiunto del giornalista è praticamente nullo. Lo stesso vale per articoli che sono copia e incolla o sintesi di comunicati stampa e veline di agenzia. Chi vorrebbe pagare per leggere un comunicato stampa sul prodotto taldeitali  che trovo, ad esempio, sulla sezione ‘comunicati stampa’ del sito istituzionale dell’azienda?

Il software però oggi non è in grado di fare inchieste, di elaborare analisi complesse, di studiare retroscena e collegarli: questo è il valore del giornalismo e questo è il valore che il giornalista deve produrre perché l’editoria possa sperare di monetizzare.

Does Proactive Work