Un occhio sul mondo delle (tele)comunicazioni

mercoledì, agosto 22, 2007

Da Torino a Los Angeles: e' Your Truman Show

Arturo Artum, un nome che dice già molto, e Luca Ferraro: da Torino parte la sfida a YouTube. Your Truman Show è un portale di videostorie user generated, lanciato nella patria degli UGC (gli States) usando filosofia e tecnologia italiana.

Your Truman Show extends personal storytelling into a compelling social network of tomorrow's online reality stars and their fans

Carino questo articolo:
Due amici che, adolescenti, facevano volare aeromodelli telecomandati sul cielo di Torino (sarà il Campo Volo di Corso Marche? ndkava) e giocavano coi computer. Ora, sulla soglia dei quarant'anni, e dopo aver creato imprese per i collegamenti Adsl via satellite e per la produzione di lampade «intelligenti » disegnate da Giugiaro, partono alla conquista dell'America, provando a sfidare addirittura «YouTube». [Corriere via Vittorio]

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giovedì, aprile 19, 2007

Il Web 2.0%

Rubo il titolo ad un commento di Luca presente in questo post di Raffaele:

Il titolo di Reuters parla chiaro: “La partecipazione ai siti Web 2.0 resta debole”. E anche i numeri, sintetizzati da Tommaso Poggiali (se ne parla anche qui), sembrano esprimersi in modo inequivocabile:
YouTube: solo lo 0,16% dei visitatori partecipa alla creazione di contenuti
Wikipedia: il 4,6% degli utenti contribuisce all’enciclopedia collettiva
Flickr: 0,2% dei visitatori pubblica le proprie foto
Di qui il commento di Poggiali:
Sembrano indebolire i numerosi costrutti filosofici-economici-sociologici attorno alla buzzword tecnologica sicuramente più abusata da blogger, giornalisti e studiosi: Web 2.0. La partecipazione della base è tutta qui?
Certo, se assumiamo come metro di paragone i “costrutti filosofici-economici-sociologici” non si può che concordare con le conclusioni di Poggiali. E forse, rispetto alla più sguaiata enfasi 2.0, simili cifre possono portare a una salutare diminuzione della retorica “partecipativa” che caratterizza quest’ultimo scorcio di storia dell’internet. Dopo tutto, questi numeri sono la conferma empirica di considerazioni
sull’effettiva estensione della partecipazione in Rete in circolazione da tempo.
Esiste però anche un altro metro di paragone possibile rispetto al quale cercare di dare un significato a queste percentuali: vale a dire l’universo dei media prima dell’avvento della rete di massa e dei servizi aperti ai contributi degli utenti. Rispetto a questo contesto mediatico, il fatto che esistano dei siti in grado di raccogliere un’audience straordinaria e crescente (+ 668 per cento in due anni, per un risultato totale che corrisponde il 12 per cento dell’attività Web americana) pur essendo costituiti esclusivamente (o quasi) da contenuti prodotti dagli utenti, resta un fenomeno stupefacente. Ancora tutto da analizzare nei suoi significati, nelle sue conseguenze più profonde e nelle sue potenzialità.


Sarà vero che "il business sta (anche) altrove, come dice Mante?
In realta' il punto fondamentale non e' tanto quello che "pochi" partecipano ma quello dello spostamento dell'audience verso contenuti di nicchia e non mainstream. Non e' difficile capirlo: il business oggi va (anche) altrove.

Non so, davvero... senza voler nulla togliere a quel gran fenomeno che è YouTube, credo che se iniziamo a toglierli tutti i video "ufficiali", l'interesse per i video autoprodotti crolli verticalmente. A mio parere il successo di YouTube non sta nell'essere una "vetrina dell'autoproduzione", ma quello di essere un enorme "contenitore e collettore globale di video". Ovvero, vado lì e ci trovo di tutto, dagli archivi storici ai goal di Ronaldinho a quel video musicale che mi piace tanto al video della strage della Virginia Tech che in streaming su Corriere.it vedo male. Un po' il principio di Google News e dei feed: aggregano, ti danno tuttto in un click, senza farti vagare per millemila siti.

Sul fatto che il business sia (anche) altrove, per ora il Web 2.0 si regge principalmente, correggetemi se sbaglio, sui finanziamenti "nella-speranza-che-un-giorno". YouTube è vivo grazie a Google (quando è stato venduto, non era in grado di pagare le bollette per la banda... o meglio le pagava con i soldi dei finanziamenti), ma non ha ancora un business sostenibile.

Qualcuno ha notizia di iniziative web 2.0 economicamente sostenibili
(ovvero dove non ci abbia guadagnato il fondatore vendendo, dove non si viva grazie ai finanziamenti, ecc...)?

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martedì, aprile 03, 2007

Un dito nel culo, YouTube!

Se lo scrive Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere, perchè non posso mettere 'un dito nel culo' come titolo di questo post?

Passaggi come “ha mai provato a mettersi un dito nel culo?” o “pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?” hanno fatto scoprire bacchettona anche Daria Bignardi (secondo me un po' lo è sempre stata...).

L'evento però, come fa notare Raffaele, è però trovare YouTube citato alla terza riga.

Insomma, sconvolti dal “culo”, stupiti dalla “puttana”, terrorizzati da YouTube, annichiliti dallo scontro generazionale, noi lettori da tram del Corriere possiamo riporre il giornale e andare in ufficio più tranquilli. Tutto questo sconvolgimento si sarebbe potuto evitare (o avrebbe potuto essere molto più limitato) senza la perniciosa influenza del “permissivismo settantottesco” (sempre lì si va a parare alla fine, guarda tu) e senza l’altro dei grandi mali contemporanei, il “politicamente corretto”, arma tagliente che la destra americana dalla fine degli anni ‘80 ha imparato a usare così bene nelle battaglie culturali.

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lunedì, marzo 19, 2007

YouTube, I pay

Bello il titolo del pezzo di Eugenio Occorsio su Repubblica Affari&Finanza di oggi: "YouTube vittima del modello YouTube, ora è un business e nulla può più essere free".

Bello non tanto perchè racconta della lite con Viacom (la società accusa YouTube di aver messo on line 100mila video protetti da copyright e ora chiede 1 miliardo di dollari, oltre alla rimozione dei video), ma perchè ricorda che qualsiasi modello di business - bello, brutto, nuovo, vecchio, di prodotto, di servizio, di start-up, di azienda consolidata, ... - necessita alla fine della fiera di qualcuno che paghi il conto.

Prendiamo proprio YouTube: prima che fosse acquisito da Google, il modello di business non era certo così chiaro. YouTube, senza gli enormi finanziamenti che ha ricevuto dalla nascita ad oggi, non avrebbe potuto permettersi i milioni di euro di banda segnati sulla bolletta mensile. Poi arrivata Google che, grazie alla pubblicità, promette di creare un modello economicamente sostenibile per tutti.

Lo stesso discorso vale per decine di start-up oggi sulla bocca di tutti. Fon, la società spagnola che punta a dare connessione gratuita WiFi a tutti gli iscritti, vive oggi grazie ai finanziamenti ricevuti in chi crede che possa prima o poi portare soldi. Twitter, ora sulla cresta dell'onda (a proposito, leggendo Mante ho scoperto questa), non mi pare avere un modello di business sostenibile nel breve. L'elenco potrebbe andare avanti, ovviamente.

Insomma, bello il titolo di Occorsio perchè ci fa tornare con i piedi per terra: il passaggio dall'unopuntozero al duepuntozero non ha certo modificato il peso delle bollette. Qualcuno, a fine mese, deve comunque saldare i debiti.

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