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Ho appena letto questo post di Luca che, con un’analisi dettagliata social network per social network, racconta ai propri lettori quale sarà l’evoluzione della sua presenza on line.

Devo dire che trovo ottima l’idea di razionalizzare la propria presenza, specie per chi fa della comunicazione (direttamente o indirettamente, offline oppure on line) il proprio mestiere. Nuovi social nascono, nuove piattaforme si diffondono, altre scompaiono, altre conoscono il lento ma inesorabile declino. Luca ha ben chiaro cosa vuol fare e dove, lo spiega ai propri lettori, lo condivide e raggiunge quello che in formazione è il ‘setting delle aspettative‘: ti dico a priori cosa puoi aspettarti, nella massima trasparenza.

E’ un tema, quello della razionalizzazione dei profili, che spesso viene affrontato poco (e male) dalle aziende e che invece dovrebbe essere parte integrante della strategia social: su che piattaforme essere, quando, con che tipo di comunicazione, con che obbiettivi, con quante risorse. Entrare prima degli altri o essere gli ultimi può fare la differenza (e non è detto che entrare per primi sia un vantaggio), ad esempio. Usare la stessa comunicazione per piattaforme diverse può amplificare il messaggi dall’azienda verso i lettori ma può allo stesso infastidire (perchè seguire l’azienda sulle piattaforme A e B per leggere sempre le stesse cose?).

In altre parole, l’aspetto dovrebbe essere in cima alle priorità aziendali e avere una strategia definita, chiara e coerente. Il tweet che vedete mostra che, purtroppo, il tema non è ancora chiaro a molti addetti ai lavori: se FriendFeed non esiste più (perchè essendo un social ‘ostico’, ci sono più critiche che complimenti), anche l’azienda dovrebbe abbandonarlo invece di usarlo per fare pubblicità alle proprie offerte. Un po’ come le aziende che chiudono i commenti sulla bacheca Facebook, per ‘paura’ delle critiche.

Due le riflessioni che vorrei quindi condividere a valle del post di Luca. La prima è che trovo ‘antipatico’ (non mi viene – al momento – un termine migliore: è una questione di pancia per cui non mi azzardo a dire che sia giusto o sbagliato) relegare qualche social a cestino della spazzatura.

Lo so, il termine è brutale ma il significato è più edulcorato: intendo dire che se una piattaforma non risponde più alle esigenze di comunicazione, meglio cancellare il profilo e abbandonarla del tutto che usarla come mero canale unidirezionale.

In particolare mi ha colpito il passaggio dedicato a FriendFeed: “Pur essendo un grande amante di FriendFeed, da tempo è terreno dove crescono le ortiche, pur essendo ancora abitato da uno sparuto nucleo di italiani [omissis]. Alcuni flussi continueranno ad essere aggregati, ma non monitorerò più i commenti.”

Non è una scelta isolata: spesso aziende usano FriendFeed in questo modo (mi viene in mente VirginActive, che importa da Twitter su FriendFeed ma se qualche utente risponde su FriendFeed non riceve risposta, se glielo si segnala via Twitter chiedono di ripostare il messaggio su Twitter anziché utilizzare la stessa piattaforma di ‘partenza’), molte ‘blogstar’ negli ultimi mesi hanno scelto di ‘evitare’ le ortiche e importare su FriendFeed senza seguire le discussioni.

In sostanza si continua ad usare un canale in maniera monodorezionale (lo ‘riempio’ di contenuti ma non mi interessa cosa generano quegli stessi contenuti), con una motivazione tutto sommato pratica: avere link sparsi per la rete aumenta il pagerank e la notorietà – per le persone – e un migliaio di utenti che leggono i post non fanno mai male – per le aziende- .

E’ ovvio che la motivazione a seguire l’account su quella piattaforma decade, mentre è meno ovvio – che ne pensate? – che questa decisione sia rispettosa per gli utenti. Se un social non è più importante, meglio abbandonarlo: è una questione di rispetto per chi quella piattaforma continua ad usarla, a ‘viverla‘ e che probabilmente non merita di essere trattato da utente che deve solo ‘digerire’ senza che eventuali opinioni siano degne di discussione.

Sbaglio?