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Negli ultimi giorni si è discusso parecchio (negli Stati Uniti specialmente, in Italia poco o nulla) del modo in cui Facebook tratta i dati degli utenti e di come abbia modificato senza troppi se e ma la propria policy: adesso i dati personali degli iscritti vengono ceduti ad aziende terze e sono indicizzabili dai motori di ricerca.

Un male? La risposta giusta non esiste, da sempre i social network sono lo spartiacque tra la vita privata e quella pubblica. Gli utenti condividono le proprie attività (dati, foto, status, rete di connessione) alle proprie reti, le piattaforme su queste attività costruiscono un business che al momento è prevalentemente pubblicitario. E la pubblicità, si sa, si basa soprattutto sulla profilazione degli utenti.

Per chi voglia approfondire, un buon punto di partenza è il Contrappunti di Mantellini su Punto Informatico:
Il punto di vista di Mark Zuckerberg al riguardo è noto: non è più tempo di privacy, gli utenti oggi vogliono condividere. E le scelte del social network vanno in questa direzione. In realtà la frase può essere variamente interpretata: è probabilmente vero che gli utenti desiderino condividere, ma verso gli altri utenti e non con le aziende collegate al network. Sia come sia, l’esperimento di apertura dei profili non è piaciuto a nessuno e tutta la stampa americana, dal New York Times a Slate, da RWW ai blog degli esperti di Rete (Dave Winer, David Weinberger, Danah Boyd, Jason Calacanis e molti altri) è piena di articoli di pesantissima critica.

Ecco, io vorrei soffermarmi sulle ultime righe: i grandi media americani si lamentano a gran voce. Poi navighi sui loro siti e scopri che hanno una fan page Facebook (il New York Times, primo della lista, ha quasi 600mila fan), usano il Facebook Connect per permettere ai visitatori del proprio sito di lasciare commenti, hanno il tasto ‘Like’ in bella vista (vedi Slate) per aumentare i propri fan su Facebook, hanno migliaia di amici su Facebook e fan page ricchissime, perchè più contatti uguale più contratti (i quattro guru citati da Mante campano anche di conferenze e consulenze, no?).

Ora, io sono dell’idea che qualsiasi piattaforma debba essere trasparente verso i propri utenti. Facebook può decidere che solo chi condivide i propri dati possa accedere a Facebook stesso, l’utente deve essere consapevole di quali dati siano condivisi con chi e deve poter dire di no (al limite rinunciando ad usare Facebook). Questo è sacrosanto.

Lasciatemi però dire che allo stesso modo chi si lamenta di Facebook e poi lo utilizza in tutte le salse per il proprio business non fa una gran bella figura: non ti piace come Facebook sta trattando i dati? Hai il diritto di parlarne, di criticare, di attaccare anche pesantemente, di proporre alternative. Ma il primo passo da fare è smettere di usare la piattaforma. Si chiama coerenza.