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[NOTA: a forza di aggiunte, rettifiche, osservazioni, il post originario era diventato illeggibile. Ho quindi deciso di riscriverlo, anche rispetto alla discussione di Friendfeed che si è spostata dall’analisi degli investimenti di Working Capital Telecom Italia – domanda originaria – all’evento Stati generali dell’Innovazione della Città di Catania]

Quando ho fatto questa domanda, stamattina, non pensavo avrei scatenato una discussione così lunga, con qualche flame di troppo ma che comunque apre sicuramente numerosi temi per chi si occupa di innovazione e per chi si occupa di pubbliche relazioni.

Stamattina a Catania c’erano gli “Stati Generali dell’Innovazione“, un progetto della città per ‘progettare una nuova Catania’ (Luca, Marco, Zeno e altri sono stati ospiti della Città di Catania, e non di Telecom Italia come ipotizzato inizialmente: Telecom Italia non è coinvolta direttamente nella manifestazione catanese. Nel Comitato di Presidenza Salvo Mizzi, di Telecom Italia, mentre altre persone che collaborano con Telecom a vario titolo – pr, barcamp, ecc –  hanno preso parte all’evento a titolo personale).

La domanda fatta su Friendfeed è una domanda che pongo da mesi circa ogni volta che leggo del progetto Working Capital di Telecom Italia:
Telecom Italia quanti soldi ha dato direttamente alle startup nel 2009 e quanti ne hai spesi in comunicazione tra adv e consulenze su Working Capital? sul secondo punto qualche milione di euro, sul primo?

Cosa penso di Working Capital non è un segreto: è un progetto iper-comunicato, su cui sono stati spesi milioni di euro in comunicazione (tra campagne pubblicitarie e consulenze, tra eventi e inviti alle blogstarz) ma su cui non è dato conoscere quanto è stato speso in finanziamenti diretti alle start-up. Non sono il solo.

So che questa domanda è scomoda sia per Salvo Mizzi sia per chi gestisce le PR di Telecom Italia, però quando viene dichiarato che il progetto “ha ricevuto oltre 428 idee di progetti di cui 46 sono passati alla fase di analisi più approfondita” viene da chiedersi quanti soldi sono usciti dalle casse Telecom ed entrati nelle tasche degli aspiranti imprenditori workingcapitalizzati.

In tutto il mondo, quando si analizza l’attività di un Venture Capitalist, solitamente si guarda quanto ha investito (e nel medio quant’è il ROI), non quanto ha speso per comunicare che è bravo a fare il Venture.

Per ogni 100 euro spesi in Working Capital da Telecom, quanti sono andati nelle tasche dei partecipanti e quanti nelle tasche degli editori (pubblicità) consulenti (eventi e comunicazione)?

E’ una domanda non banale (vero Matteo e Luca?) a cui Telecom spero voglia rispondere: in fin dei conti, dopo un anno, un primo bilancio vero e obbiettivo non può che fare bene a tutti noi. Questo spazio è a disposizione, ovviamente, per tutte le risposte e repliche che Telecom volesse inviare.

Tornando alla discussione di Friendfeed, i temi aperti durante il lungo thread toccano altri aspetti della comunicazione e dell’innovazione che voglio qui solo accennare, sperando di riuscire ad approfondire nei prossimi giorni e sperando che qualcuno voglia dare il proprio contributo alla discussione.

Marco, che con la sua Hagakure cura parte delle PR on line di Telecom, pone la prima questione: siccome io lavoro in 3, ce l’ho con Telecom Italia. Le parole esatte sono “Secondo (detto con stima e amicizia) mi sembra (sempre di più) che tu tenda a cogliere qualunque occasione solo per criticare Telecom Italia e dato che lavori in H3G, i tuoi interventi rischiano di apparire sempre meno credibili, e lo stanno dicendo in tanti qui, anche se non lo scrivono :-)”

Fortunatamente ho, prima dell’attuale esperienza lavorativa, 10 anni alle spalle come giornalista nel settore telco: le idee e le domande che pongo oggi li avevo anche 10 anni fa. Io credo che la credibilità stia nelle cose che si scrivono e si fanno, non è il tuo datore di lavoro a darti o toglierti credibilità: la domanda su Working Capital è, appunto, una domanda.  La risposta che Telecom dà o non dà toglie credibilità o rafforza la domanda, che l’abbia fatta io o un dipendente dellla Pippogelati s.r.l. poco importa.

E’ ovvio che il meccanismo delle PR on line non si differenzia dal meccanismo della stampa classica: inviti, gadget, regali, viaggi perchè una mano lava l’altra. Nel mondo anglosassone sarebbe considerata un’onta professionale, in Italia è la normalità. Quei ‘tanti che lo stanno dicendo qui’ – citando Marco – possono venire qui a scriverlo, senza vergogna: sono certo che avranno delle buone argomentazioni e ne parleremo, così come parleremo del rapporto che hanno con le aziende che (non) criticano. Speriamo non siano gli stessi che in privato peste&corna e in pubblico tutto una meraviglia… se ne vedrà qualcuno? Io dico di no 🙂

A questo excursus personale si aggiunge un tema più ampio, ovvero fino a che punto un PR possa e debba difendere il proprio datore di lavoro. Massimo dice giustamente “il ruolo delle PR in contesti del genere potrebbe forse essere un po’ piu’ coraggioso. Non possiamo vendere trasparenza e condivisione e poi non applicarla (o applicarla silenziata) nei casi in cui il nostro datore di lavoro facesse (eventualmente) un passo falso. In quel momento il marketing mi pare si affretti a ritornare convenzionale, no?”.

Vittorio aggiunge: “Se un’azienda di PR si accorge che il suo cliente diventa incomunicabile perche ha commesso errori grossi per estreme irregolarità amministrative al massimo reati. Che fa lo saluta o resta con lui e ci perde la sua credibilità e/o trasparenza ?”.

Lo spin off della discussione Friendfeed ha però aperto un secondo filone, molto più gettonato della domanda iniziale. Una serie di blogstarz [cit] messe gratuitamente su un aereo per assistere alla discussione sul futuro della città. Nulla da dire sulla validità dell’idea e del progetto nè sulla qualità delle persone coinvolte, mi pare interessante si discuta tutti insieme sul futuro delle nostre città.

La domanda che molti si fanno è da dove arrivino i soldi che la Città di Catania – comune salito alle cronache nei mesi scorsi per un buco di bilancio di qualche decina di milioni di euro – ha speso per questa iniziativa.

La risposta arriva in parte dal periodico catanese on line Il Dito:
Partiti gli Stati Generali del Comune di Catania, realizzati grazie allo sponsor: una srl con sede a Roma, nata nel 2008. Sostiene i costi dell’organizzazione e della comunicazione per 230 mila euro. Spirito di solidarietà? Ricerca di visibilità? […] Cosa spinge una giovane società (che dalla visura al registro delle imprese è ancora classificata come “inattiva”, ma potrebbe solo essere un mancato aggiornamento della banca dati camerale) ad accaparrarsi questo lavoro, in cui, in teoria, deve “spendere” risorse per 230 mila euro più iva per organizzare tutte le attività? La logica direbbe, la possibilità di inserire altri sponsor (attività certo non facile) sull’iniziativa e dunque quantomeno non rimetterci dei soldi. E invece no. Perché il 10 dicembre alle ore 9,45 la commissione del Comune (che comprendeva il capo di gabinetto del Sindaco, Marina Galeazzi) compila il verbale di aggiudicazione del bando alla One Group Srl, ponendo in pratica la stessa domanda alla One Group Srl: è tutto a carico vostro o volete avvalervi di ulteriori sponsor?. La risposta non si fa attendere. Così dice il verbale: “la commissione prende atto che è pervenuta via fax una nota, a firma del legale rappresentante (…)nella persona del sig. Simone Fazi, con la quale dichiara di assumersi il totale onere della proposta di sponsorizzazione”.

Come dice Gaspar, non è da tutti spendere 230.000 € per mettere un logo di 154x22px in fondo a una pagina che non è tra le dieci più visitate in Italia (se te lo chiedevi, fanno 67,88 Euro a pixel e non è neanche linkato).

Ce n’è da discutere per giorni, tanti sono gli argomenti… tocca a voi!