Rubo il titolo ad un commento di Luca presente in questo post di Raffaele:

Il titolo di Reuters parla chiaro: “La partecipazione ai siti Web 2.0 resta debole”. E anche i numeri, sintetizzati da Tommaso Poggiali (se ne parla anche qui), sembrano esprimersi in modo inequivocabile:
YouTube: solo lo 0,16% dei visitatori partecipa alla creazione di contenuti
Wikipedia: il 4,6% degli utenti contribuisce all’enciclopedia collettiva
Flickr: 0,2% dei visitatori pubblica le proprie foto
Di qui il commento di Poggiali:
Sembrano indebolire i numerosi costrutti filosofici-economici-sociologici attorno alla buzzword tecnologica sicuramente più abusata da blogger, giornalisti e studiosi: Web 2.0. La partecipazione della base è tutta qui?
Certo, se assumiamo come metro di paragone i “costrutti filosofici-economici-sociologici” non si può che concordare con le conclusioni di Poggiali. E forse, rispetto alla più sguaiata enfasi 2.0, simili cifre possono portare a una salutare diminuzione della retorica “partecipativa” che caratterizza quest’ultimo scorcio di storia dell’internet. Dopo tutto, questi numeri sono la conferma empirica di considerazioni
sull’effettiva estensione della partecipazione in Rete in circolazione da tempo.
Esiste però anche un altro metro di paragone possibile rispetto al quale cercare di dare un significato a queste percentuali: vale a dire l’universo dei media prima dell’avvento della rete di massa e dei servizi aperti ai contributi degli utenti. Rispetto a questo contesto mediatico, il fatto che esistano dei siti in grado di raccogliere un’audience straordinaria e crescente (+ 668 per cento in due anni, per un risultato totale che corrisponde il 12 per cento dell’attività Web americana) pur essendo costituiti esclusivamente (o quasi) da contenuti prodotti dagli utenti, resta un fenomeno stupefacente. Ancora tutto da analizzare nei suoi significati, nelle sue conseguenze più profonde e nelle sue potenzialità.


Sarà vero che “il business sta (anche) altrove, come dice Mante?
In realta’ il punto fondamentale non e’ tanto quello che “pochi” partecipano ma quello dello spostamento dell’audience verso contenuti di nicchia e non mainstream. Non e’ difficile capirlo: il business oggi va (anche) altrove.

Non so, davvero… senza voler nulla togliere a quel gran fenomeno che è YouTube, credo che se iniziamo a toglierli tutti i video “ufficiali”, l’interesse per i video autoprodotti crolli verticalmente. A mio parere il successo di YouTube non sta nell’essere una “vetrina dell’autoproduzione”, ma quello di essere un enorme “contenitore e collettore globale di video”. Ovvero, vado lì e ci trovo di tutto, dagli archivi storici ai goal di Ronaldinho a quel video musicale che mi piace tanto al video della strage della Virginia Tech che in streaming su Corriere.it vedo male. Un po’ il principio di Google News e dei feed: aggregano, ti danno tuttto in un click, senza farti vagare per millemila siti.

Sul fatto che il business sia (anche) altrove, per ora il Web 2.0 si regge principalmente, correggetemi se sbaglio, sui finanziamenti “nella-speranza-che-un-giorno”. YouTube è vivo grazie a Google (quando è stato venduto, non era in grado di pagare le bollette per la banda… o meglio le pagava con i soldi dei finanziamenti), ma non ha ancora un business sostenibile.

Qualcuno ha notizia di iniziative web 2.0 economicamente sostenibili
(ovvero dove non ci abbia guadagnato il fondatore vendendo, dove non si viva grazie ai finanziamenti, ecc…)?